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giovedì 15 dicembre 2011

DECALOGO ANONIMA AUTORI


1 Se una revisione dura più di tre ore, la colpa è dell’editor, non dello sceneggiatore

2 Occhio pesante fa male al portafoglio

3 Chi parla male, pensa male e lavora pure peggio

4 Salva la baracca ma non i burattini

5 Chi bussa due volte, vale la metà

6 Velocità e qualità vano pure d’accordo, ma la settimana sempre sette giorni tiene

7 Peggio del telefono è il citofono

8 Chi semina auditel raccoglie tempesta

9 Non esistono capi, solo imputazioni

10 Chi deve capire, capisce

lunedì 28 novembre 2011

Appuntamento al buio con Belzebù

http://youtu.be/Zi0zYDDz3Rk


Sabato sveglia, doccia, te bollente… e via verso Regents Park. È il secondo giorno so già la strada, ma arrivo comunque trafelata nella hall del college, mi precipito al tavolo dell’organizzazione, do il nome e loro mi confermano l’appuntamento per il mio speed pitch, bisogna essere lì un quarto d’ora prima. Secondo te bollente. Sono in anticipo e decido di andarmi a vedere una session, che sembra interessante dal titolo “Negotiation”.
Parla una psicologa che spiega come si vendono le cose. Sulle prime sono un po’ perplessa: sembra il classico training per addetti marketing, con i suggerimenti ovvi tipo: se dovete vendere qualsiasi cosa (che sia un orologio o un concept non fa differenza) mostrate interesse per il vostro interlocutore, presentatevi, non siate supponenti, cercate di capire cosa vuole il vostro interlocutore. Mi annoio e inizio a immaginarmi Don Draper al posto della biondina, per evitare di abbioccarmi. Dopo un quarto d’ora di ovvietà inizia la ciccia buona: modelli di mappatura del cervello, studi psicodinamici derivati dalla ricerca sull’Alzheimer, insomma la manna dello sceneggiatore: schemi.  (http://en.wikipedia.org/wiki/Herrmann_Brain_Dominance_Instrument)
Il modello Hermann è uno schema diviso in 4 colori: persone a dominanza blu, verde, rossa o gialla. La psicologa si è definita una Rossa: emotiva, attenta alle relazioni interpersonali, si basa sull’istinto sensoriale. Anche io mi credevo di avere una dominanza Rossa e invece mi sa che ho maturato anche molte capacità gialle. I Gialli sono quelli che ispirano al cambiamento, pensano al futuro e cercano soluzioni per evolvere, soprattutto in situazioni di stallo.
I Blu sono animali da blues, ovviamente: razionali e logici, analitici, spesso lavoratori manageriali (reparto produzione per capirci). I Verdi sono pianificatori sereni e tranquilli, hanno bisogno di programmare bene il viaggio prima di partire. Il punto di tutta la manfrina psicologica (oltre che aiutare a creare buoni cast da sit-com) è: conosci te stesso e le tue debolezze e cerca di capire al volo chi ti trovi davanti.

Dopo lo psycho-training vado allo speed-pitching e arrivo in ritardo. Le ragazze dell’organizzazione non si scompongono, solo che non avrò più i tre tizi previsti, ma tre di un altro che ha cambiato turno. Quindi non ho idea di chi siano le persone a cui sto andando a pitchare.
Cerco di rasserenarmi nell’attesa, in compagnia di altri poveri autori in evidente ansia da prestazione. C’è un certo nervosismo, alle pareti le biografie dei panelist che ascolteranno i pitch e la mappa con la disposizione dei tavoli.
Il momento dell’ingresso nella sala-pitch è tipo corsa all’inizio dei saldi davanti a Dolce Gabbana. Ci si piazza al primo tavolo (borse e zaini sono rimasti nella sala d’attesa, per non impicciare i movimenti) e attacca a raccontare per i 5 minuti concessi prima di schizzare al secondo tavolo.
La mia prima interlocutrice è una personalità Verde un po’ soprappeso, molto gentile, si occupa di comedy per la televisione. E lei stessa a dirmi che per il mio drama che finisce con il suicidio del protagonista non è proprio adatta. Ma permette di esercitarmi. Ottimo rompighiaccio.
Passo a un tavolo al centro della sala: il secondo che mi ascolta è un giovanile quarantenne, non so chi sia, ma ho l’impressione che mi segua nonostante il mio inglese stressato, cerco di parlare piano e con calma. È un produttore, mi chiede se ho già lo script in inglese e gli dico che conto di scriverlo entro Natale (sono ottimista, pure troppo…). Alla fine dei miei minuti si prende la sinossi e il mio biglietto da visita e mi da il suo dicendo: appena lo scrivi mandamelo.
Devo passare al terzo e ultimo “cliente”: giovane sui trenta, si occupa di post-produzione e quando gli dico che il mio progetto è un adattamento da Goethe, chiede subito se sia fuori diritti. Con un sorriso il più possibile garbato, rispondo che è roba del ‘700, può stare tranquillo.
Tempo scaduto usciamo tutti. Chi vuole può bersi un’aranciata, nella sala d’attesa c’è già un altro gruppo che aspetta il suo turno. Entrano, la sala d’attesa rimane vuota. Quelli del mio gruppo spariscono verso il networking break nel giardino del college.

Mi fermo nella sala d’attesa, vuota. Un portatile suona Sympathy for the Devil degli Stones. Penso a Goethe e mi vene in mente che non ho ancora visto Faust di Sokurov.
La canzone è una degna chiusa dopo tre incontri surreali. L’unica cosa che riesco a pensare è che il produttore di mezzo si ricordi di me quando gli manderò lo script as soon as possibile.
Fare un pitch a un produttore per uno scenggiatore è molto più spaventoso che incontrare Belzebù incarnato in un vigile a un incrocio. Ho capito che per vendere sapientemente un concetto conviene mettere a nudo un po’ di anima, sparpagliare biglietti da visita che non si sa mai, ma stare sempre attenti a usare l’inchiostro giusto e leggere tutte le clausole del contratto, prima di firmare. Non ti offendere amico, get behind me not in the way.

giovedì 1 settembre 2011

Cosa è il dramma


Tanto l’incipit lo riscriverei un miliardo di volte. Una volta qualcuno mi chiese qual era la prima parola della mia tesi di laurea. Al momento non la ricordo. La verità è che potrei andare a cercare nei files, ma non ne ho voglia. Preferisco pensare che se fosse importante la parola me la ricorderei, invece è importante la domanda. Perché la domanda mi fa riflettere sull’incipit. Ma siccome questo non è l’incipit di un cazzo, andiamo avanti…
È che caricare il lavoro di un’aspettativa esagerata rischia di essere bloccante, forse è questa la ragione intrinseca del blocco dello scrittore. La paura. Che genera frustrazione e impossibilità di agire.
Io le paure ho sempre cercato di superarle. Ho sempre voluto. Si trattava di un desiderio di avventura. Ma anche di una necessità di fuga. Quando ero bambina andavo a letto con la pistola (giocattolo). L’idea è tipo: Freddy Kruger vieni che ti faccio il culo!
La verità è che sono cresciuta come una bambina nei boschi delle storie. Prima di scrivere ho soprattutto letto e mi sono divertita un sacco con delle fantasie troppo intrippose per poterne fare a meno da adulta.
Il problema vero è che mi diverto un sacco a immaginare le cose e questo, quando diventa un lavoro, sembra troppo meschino nei confronti del resto del mondo che appare invece drammaticamente bloccato all’interno di schemi di pulsioni e frustrazioni.
Sono cresciuta accanto a matti, questa è la salvezza e la chiave. Mamma la sapeva lunga: sentenziava molto, forse troppo, ma era così convinta di quello che diceva che suonava del tutto vero. Anche perché non lo diceva da sola.
Allora riflettiamo meglio: le storie che mi piacciono sono quelle delle bambine curiose e coraggiose. Non amo i divieti, ma rispetto le regole del gioco. Sempre. È importante avere delle buone regole, cioè efficaci. Altrimenti ti perdi facilmente. Le regole sono una guida, almeno per iniziare.
Poi c’è l’obbiettivo, che è altrettanto importante. Tra le regole e l’obbiettivo si esercita una tensione. Che rende l’obbiettivo necessario per la sopravvivenza/felicità/godimento e le regole stimolanti e costrittive al punto giusto da rendere il raggiungimento dell’obbiettivo drammatico, cioè ricco di azione.
Allora io adesso mi trovo in una biblioteca: ho la fortuna che si tratta di casa mia (cioè casa della mia famiglia). Quindi per me la biblioteca è un territorio da esplorare. Ci ho sempre trovato cose meravigliose.
Mi hanno allenato a farmi sempre delle domande, fino all’origine. E siccome mamma lavorava con Freud (con ricche intromissioni di molte altre cose) e papà è fondamentalmente un lettore compulsivo e il caso clinico più eccelso di cui mamma potesse innamorarsi, io sono sempre stata immersa nelle parole. Alla lettera.
Quindi etimologia: ho studiato greco antico e latino, con mamma che prima di essere un’analista era professoressa di lettere nel (s)fottuto ’68 e papà che parla molto bene le lingue, francese, tedesco, spagnolo, inglese (in realtà ormai peggio di me, eheheh). Quindi parole, ma, giusto per inciso, mamma parlava e basta e papà leggeva e basta. A me la famiglia Addams sembrava una famiglia totalmente normale. Noi eravamo i mostri veri.


Ma torno al punto che è: dramma.
Cosa è il dramma? Dall’enciclopedia è prima di tutto una moneta della grecia antica. Quindi dramma significa valore, aggiungerei, simbolico, sin dai tempi della Grecia antica. Se avete letto o visto uno qualsiasi dei vecchi, Eschilo o Euripide, appare evidente perché. Sono rappresentazioni molto potenti.
Dramma uguale denaro. C’è chi la chiama catarsi o entertainment, è la stessa cosa.
Sull’enciclopedia c’è scritto: “Se una donna avesse dieci dramme e ne perdesse una di quelle, or non accenderebbe ella la lucerna e rivolgerebbe tutta la casa tanto che ella la ritrovasse?” Si perché una donna sa che una scena di autentico dramma isterico è sempre un pezzo di bravura degno di molto valore (che, se volete = molto sesso = molto godimento).
Comunque dramma è anche un’unità di peso. Perché il dramma pesa, e spesso molto. Soprattutto su chi lo vive, ma per noi è importante che pesi su chi lo scrive, perché gli autori hanno una grande libertà: che chi lo vive non esiste.

Poi a dramma significa appunto, precisamente. E questo mi sembra anche molto importante. La risposta è sempre nel concept. Gli ammericani dicono let’s cut to the chase. Cioè: non menarla mai più a lungo del necessario e occhio a divagare. Tutti ci perdiamo dietro i fantasmi, ma l’unico fantasma che conta è quello originario; cioè quello che fonda il protagonista (o l’autore). È che a volte ci vuole una buona dose di azione, prima di capire che Slimer è il personaggio più significativo di Ghostbuster.

Poi a dramma a dramma: significa a poco a poco, parte per parte, mano a mano. Un concetto che se scrivi una scaletta è evidente: cioè ad un’azione succede una reazione. C’è chi lo chiama conflitto, mi pare che Freud lo chiami tensione, che a me piace di più perché implica l’idea di elasticità, mentre il conflitto lo vedo come una battaglia in cui c’è un vincitore, mentre invece la tensione può durare, il conflitto deve avere una fine (che è sempre una forma di morte, cioè una conclusione, un senso che è – in anticipo - un po’ troppo definitivo per poter sostenere l’infinito secondo atto). Diciamo che la tensione perdura, quindi continua irrisolta fino al conflitto, che è sempre finale, cioè può essere un gancio, se la sua risoluzione resta sospesa (commento dalla regia: sceneggiatori di Lost perché ho sempre la sensazione che state prendendo il pubblico troppo per i fondelli: you should worship your audience and give them a decent ending!), ma è sempre la battaglia finale (che sia di una puntata o di un film)
Essere a una dramma per fare una cosa: trovarsi sul punto di fare una cosa. Questo è interessante perché rappresenta il senso della scelta. Il protagonista deve trovarsi di fronte a un dilemma. Più forte è la tensione del dilemma, tra una cosa o un’altra, più intenso è il dramma.

Vendere il cervello a dramma: svolgere la propria attività intellettuale al servizio del miglior offerente. Questa a me fa molto ridere: mi viene in mente la scena di Frankestein JR quando Igor spacca la teca col cervello buono ed è costretto a prendere il cervello AB-Normal. Sul piano politico mi viene da pensare che l’unico produttore (cioè diavolo) a cui vale la pena vendere il tuo cervello è quello pazzo abbastanza da capire che per il lavoro che fai non puoi che essere AB-Normale e in fondo non c’è niente di male, perché la verità è che puoi fargli guadagnare un sacco di soldi inventando good drama.

Vorrei concludere solo con una storiella ebraica. Perché gli ebrei sono il popolo del libro e forse sono il popolo che è riuscito a perdurare più a lungo nella storia perchè quello che fanno è raccontare:
“Una storia va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto” e raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baalshem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trascinò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando, come faceva il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie.”

Se vi vergognate di essere il giullare di corte non provateci nemmeno.